Heihō e Karmanautica

Non mostrare la forza se non vuoi svelare i tuoi segreti all’avversario, essa potrebbe diventare un probabile punto d’appoggio per la sua reazione diretta contro i tuoi movimenti strategici. Serve invece occultare le proprie capacità rendendole invisibili e quindi non calcolabili dal nemico, soprattutto durante l’organizzazione e lo svolgimento dei piani, anche quando questo riguarda la disposizione delle forze: ciò che non si usa subito nello scontro è quello che si tiene di riserva,  perché è solo quello che permette, la durata del confronto.

Vince chi dura più dell’avversario, e quindi vince chi dosa sapientemente, nascondendole, le proprie forze ancora inutilizzate. Tema classico, anche questo, del pensiero strategico cinese: “attraversa il mare senza che il cielo lo sappia – Mán tiān guò hai 瞒天过海 ”, il Primo dei 36 Stratagemmi,  classico tra i testi dell’arte della guerra cinese, il cui significato in sostanza è che lo Yin, arte dell’inganno, è già tutta nello Yang, arte dell’azione. 

Non c’è separazione netta tra i due momenti, tra la forza che si è costretti a usare e quella che rimane coperta. Poi, “Crea qualcosa dal nulla – Wú zhōng shēng yǒu 無中生有/无中生有”, altro Stratagemma; e qui si tratta di creare l’illusione che qualcosa non esista o che qualcosa, invece, esista, ma è la stessa cosa, concetto simile al “Kyo jutsu Tenkan – 虚実転換法” usato nel Ninjutsu che significa mescolare la verità alla falsita. (Vedi articolo https://kojinnomichi.wordpress.com/2020/04/23/kyojitsu-tenkan-ho-%E8%99%9A%E5%AE%9F%E8%BB%A2%E6%8F%9B%E6%B3%95/ )

La guerra si fa soprattutto nella mente del tuo avversario, che è esattamente tutto quello “sotto il cielo”, ovvero nel Velo di Maya, che si sta muovendo contro di te.

Il punto di contatto tra la strategia di guerra cinese e la Karmanautica consiste nel calcolo consapevole delle mutazioni tra Yin e Yang, tra la ragione e il sentimento, tra cautela e sventatezza, infatti alla base del Tao 道 vi è la concezione che tutto è apparente contraddizione, ovvero la creazione consta nell’unità degli opposti, interazione dello yin e dello yang.

Sebbene il taoismo abbia affondate le sue radici nella natura (la natura naturans di Baruch Spinoza, Velo di Maya secondo Schopenhauer, Velo dell’ignoranza secondo Immanuel Kant e prima ancora secondo il Buddhismo e lo Shivaismo Kashmiriano) e sia stato sempre associato alla cosmologia cinese e all’Onmyōdō 陰陽道, propone tuttavia degli spunti molto importanti concernenti la strategia.

Questi spunti si possono trovare nelle opere maggiori, come il Tao Te Ching, e affermano come la perfezione in generale (il Tao) possa in modo versatile, riferirsi a più ambiti.

I punti strategici che consentono di elaborare la tattica appropriata sono bene approfonditi nelle opere taoiste, soprattutto di stampo militare, come “L’arte della guerra” di Sun Tsu, ma anche in Liu An (179 a. C. – 122 a. C.), con la sua opera Huainanzi (淮南子), o Libro del Maestro di Huainan ove proprio il Quindicesimo capitolo tratta di strategia militare (Bīnglüè Xùn 兵略訓 – Strategia militare).

Tali fattori si identificano esattamente con quattro caratteri essenziali: shi 势, xing 形, yin 因 e jie 節, rispettivamente la capacità di porsi in una situazione di vantaggio, usufruendo di qualità non tangibili come quelle psichiche, paragonabile alla mente (Giapp. Shin) la forma tangibile della forza fisica paragonabile al corpo (Giapp. Tai) la capacità di reazione al contesto per adattarsi alla precisa circostanza, e la tempestività o tempismo paragonabile al Giusto tempo (Giapp. Kizen).

I termini cinesi ji mou 计谋 e ji ce 计策 alludono rispettivamente “alla pianificazione dinamica della organizzazione e dell’esecuzione, in relazione allo sviluppo della situazione e alle varie opportunità che si possono presentare” (ji mou) e “alla trovata geniale, l’espediente che, per la sua efficacia o la provata e duratura validità, assurge a norma universale e atemporale” (ji ce), in questi concetti emerge il carattere di “predittività” insito nella Karmanautica.

L’antica filosofia cinese, nel suo ramo militare, fornisce suggerimenti preziosi al fine di avere una maggior consapevolezza di sé, del proprio esatto contesto, degli ostacoli da superare e della visione ampia e aperta che ogni strategia necessita come requisito. La posizione di vantaggio , il controllo della propria emotività, il saper percorrere più strade e in maniera diversa ogni volta forniscono elementi che migliorano certamente le proprie capacità di riuscita, insomma i concetti di Nin e Nintai (Perseveranza e adattabilità) secondo quanto insegna il Ninjutsu.

Nella sua elaborazione Giapponese, la strategia militare cinese prende il nome di Bunryaku Heihō, e come nella sua versione posteriore cinese, il loro sviluppo fu dovuto alla necessità di difendersi con successo su un campo di battaglia. Lo studio e l’applicazione dei principi descritti nel “Go rin no sho” di Musashi Myamoto (nel caso del Bugei 武藝) viene oggi applicato anche nel settore commerciale o in ambito diplomatico,  e anche se oggi è più difficile trovarsi ad affrontare  un autentico evento di guerra, nella vita quotidiana non mancano scontri e la necessità di gestire un conflitto (dialettico, lavorativo, interpersonale).

Nella Karmanautica questa sequenza di strategie viene proprio utilizzata per muoversi nelle azioni karmiche senza perturbarle in modo incerto e maldestro, per fare si che le reazioni siano a noi favorevoli in grande proporzione, sotto il nostro controllo consapevole.

Quando parliamo di “gestione di un conflitto”, uno degli argomenti più importanti di cui tenere conto è sicuramente la “strategia”: se questa è ora come allora, fondamentale nei combattimenti sul campo, altrettanto possiamo dire nel confronto personale; a sua volta la strategia consta di una serie di fattori, tutti più o meno decisivi a seconda dell’ambito di applicazione, la Karmanautica studia ed applica appunto queste strategie per gestire azione e reazione in modo ottimale, si da poter ottenere una vittoria sulle proprie emozioni, punto fermo per poter gestire “superpartes” ogni situazione che si presenti.

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Il Sōtai renshū  相対練習 – Addestramento in interazione, o in coppia

Opposto al Tandoku-renshū  (単独練習): “esercizio solitario”, a vuoto e senza avversari per eseguire correttamente la tecnica da imparare  controllando il proprio corpo, esercizio che spesso si effettua davanti allo specchio, il Sōtai renshū , o Sōtai waza, Esercizi in coppia, si compie per portare una successione di tecniche volte ad attaccare o a difendersi da un avversario, da qui l’utilizzo dei termini Uke 受け(Colui che riceve la tecnica)e Tori 取るè colui il quale esegue una tecnica.

Per rendere efficace questo tipo di addestramento risulta però necessario costruire uno “Scenario stressorio” (Fattore che agisce sull’organismo e che ha un’elevata probabilità di provocare stress) il più vicino possibile ad una aggressione reale, questo significa che quando Uke porterà una tecnica di attacco (che sia Atemi waza, Tori waza o Shime waza) dovrà eseguirla con il massimo realismo possibile, così da scatenare in Tori un reale passaggio da uno stato Trofotropico ad uno stato ergo tropico.

E’ stato scientificamente dimostrato che in presenza di un evento stimolo (stressor), l’organismo attiva una risposta definita “ergotropica”, che varia alcuni parametri fisici, e che viene posta in essere da un aumento dell’attività neurovegetativa simpatica.

Attivazione: Lo Stressor  porta ad una  Risposta ergotropica

. Aumento della frequenza cardiaca e respiratoria

. Aumento della pressione arteriosa

. Aumento della secrezione delle ghiandole sudoripare

. Aumento del tono muscolare scheletrico e dilatazione pupillare

. Inibizione delle attività motorie e secretrici gastroenteriche

. Desincronizzazione dell’EEG (ElettroEncefaloGramma)

Tutte queste variabili prendono il nome di “Reazione d’allarme”

Naturalmente questa condizione di “Stressor” è solo la fase  che avviene appena prima e durante il confronto con un avversario, a patto che questo confronto rievochi una situazione di pericolo, cosa che solitamente non succede.

In Dōjō, ad esempio, prima di un combattimento ci si saluta e successivamente inizia un duello leale, regole ed un Sensei che garantisce sul rispetto delle regole necessarie a non ferirsi.
Per strada, evidentemente, non è così, in quel frangente non ci sono regole ed il “rituale” che porta allo scontro spesso è coperto e ambiguo, per questo nella nostra Scuola, la Kuro Kumo Ryu Ninjutsu, si studia Psicofisiologia Marziale,  Psicologia del confronto e Gestione Emozionale (Sono note le  prestazioni di alcuni Agenti di sicurezza che sono riusciti a spararsi su un piede nel frenetico tentativo di tirare fuori l’arma, oppure persone che per lavoro tenevano lo spray anti-aggressione e che non sono nemmeno riuscite ad estrarre dalla tasca la bomboletta, frastornati e scioccate com’erano). 

La differenza tra un attacco portato da un Uke collaborativo è evidente, ed il Sensei che pensa alla risposta del corpo e ai riflessi ALLENA, mentre un Sensei che pensa alle situazioni e alle circostanze più svariate ADDESTRA.

La differenza è enorme, perché un attacco portato da Uke con l’intenzione di colpire veramente sottopone Tori ad una risposta ergotropica (Vedi sopra) e inducendolo a difendersi veramente.

Nei Dōjō, così come nei corsi di autodifesa, troppo spesso si allenano le persone a reagire all’aspetto “fisico” dell’aggressione. Il Sensei o l’istruttore dirà (Ad esempio) “Ecco, lui vi afferra o vi colpisce così, voi vi spostate e colpite col gomito…” certamente tutto corretto, se nonché così facendo trascura tutti quegli elementi necessari ad una vera difesa attraverso una tecnica resa efficace da una mente preparata allo scontro.

Nella pratica marziale il praticante viene sottoposto a vari livelli stressogeni legati a:

  1. Prestazione tecnica (e concettuale: Espressione del Nagashi, Zanshin, Mushin, Kizen e iterazione tra Shin, Tai e Waza)
  2. Confronto con l’avversario

Queste fasi propedeutiche nella fattispecie marziale sono appositamente studiate per addestrare il praticante ad una gestione della propria risposta psicofisica, affinché aumenti l’efficacia e la funzionalità dell’azione di confronto, questo è ciò che insegniamo.

Il punto dolente nel campo dell’addestramento Marziale è la sostanziale impreparazione dei più nel fronteggiare le reazioni psicofisiche legate alla paura, partendo proprio dal Sōtai waza.
Vivere riparati dalle leggi della società civile, ha mitigato l’abitudine a fare i conti con la paura dell’avversario con il risultato che, quando ci imbattiamo in situazioni di pericolo, non abbiamo più schemi adeguati per farvi fronte.
Diventa quindi ovvio soggiacere a paralisi e tentennamenti che possono risultare disastrosi quando, sarebbero invece richieste reazioni immediate e definitive.
Le persone che rimangono vittime di aggressioni, rimangono facilmente disorientate e bloccate a causa dei processi fisiologici che si accompagnano alla paura intensa: dispnea, tachicardia, tremori, secchezza delle mucose, limitazioni del capo visivo (il cosiddetto “effetto tunnel”), rigidità dei movimenti, fino alla paralisi (Effetto freezing).
Istruire ed esercitare una persona a contrastare la paura non è semplice né facile, soprattutto a causa della diversità con cui ognuno di noi reagisce  diversamente alle dissimili situazioni di pericolo e anche perché ognuno di noi  affronta con più o meno  distacco gli eventi stressori.

Abbiamo così persone che precipitano nel panico di fronte a stress moderati, come ad esempio pronunciare un discorso in pubblico, e altri che sembrano reagire con freddezza a situazioni di rischio estremo.
Una considerazione da fare è che per imparare a gestire la paura risulta essere necessario  provare paura più e più volte, in modo da ridurre la nostra tendenza a cedere emotivamente di fronte a questa emozione atavica, una sorta di assuefazione che passa attraverso la presa di coscienza delle nostre reazioni di fronte al pericolo.
E’ ovvia l’ impossibilità di  riprodurre, durante una esercitazione in Sōtai o in un corso di autodifesa, la situazione di stress emotivo che si genera durante un’aggressione, senza far correre seri rischi all’allievo,
ma l’addestramento a vincere la paura e le risposte endocrine ad essa collegate, rappresenta quindi una delle sfide più difficili per chi si occupa di educare le persone all’autodifesa, per questo nella nostra Scuola, insegniamo anche le antiche formule meditative del Buddhismo Esoterico Shingon, atte a mantenere lo spirito imperturbabile attraverso l’ messa in pratica del concetto di “Banpen Fugyō”…

Taihen  大伝  Kuden 口伝 Shinden 神伝 o Shu Ha Ri

Questi tre concetti rivestono una importanza fondamentale che riguarda l’apprendimento dei Deshi in tutte le sue fasi.

Si tratta di stati progressivamente evolutivi in termini esperienziali a partire dal Mudansha (Senza nessun grado) per poi passare allo Yudansha (Titolare di Grado) e successivamente ai gradi evolutivi tecnici maggiori come Kodansha, Hanshi etc…

Sono tutti legati all’acquisizione, alla comprensione ed alla metabolizzazione delle tecniche Marziali, date dal Kata Kihon e dall’ esercitazione propedeutica in Sōtai.

Questi tre stati si suddividono in:

1. Apprendimento della forma =TAIHEN: Acquisizione attraverso il movimento del corpo. È chiamata anche la fase SHU della formazione.

2. Rompere la forma = KUDEN: Il Deshi rompe la forma attraverso l’esperienza che sviluppa autonomamente, con i tuoi compagni Deshi con cui si forma attraverso il Sōtai waza e con il sostegno, suggerimento e correzione del suo insegnante. È la fase HA dell’allenamento.

3. Lasciare la forma = SHINDEN: il Deshi, ormai avanzato, crea la sua forma “spontaneamente”, il suo medesimo spirito (Shin) sostiene la sua comprensione del movimento del corpo. Può adattare le sue azioni senza l’ausilio del pensiero (Mushin) perché diviene tutt’uno con la tecnica, sei al di sopra della forma.
Il movimento esiste e lo esprime in modo naturale, includendolo in diverse situazioni e ambienti diversi. È la fase RI della formazione.

Qui è interessante evidenziare l’ultimo Kanji usato in tutti e tre termini: 伝 (Hen, o Den) che significa trasmissione o cambiamento. Pertanto, è possibile ottenere la seguente comprensione dei tre concetti:

Taihen (大伝) – Tai (大) può essere tradotto come corpo. Pertanto, è la trasmissione della conoscenza attraverso le azioni del corpo, come ripetere sempre la stessa cosa, come già scritto precedentemente prendendo come esempio il Sōtai waza;

Kuden (口伝) – Ku (口) in questo contesto può essere tradotto come orale. E’ la trasmissione della conoscenza in forma orale o testuale, fondamentalmente quello che stiamo scrivendo questo articolo, o quello che facciamo quando studiamo qualche libro, o quando partecipiamo a corsi, conferenze, seminari, colloqui, ecc.

Shinden (神伝) – Shin (神) è spesso tradotto come dio,  verità, o sentimento. In questo contesto, la si può interpretare come  trasmissione di conoscenza che parte da mezzi divini. 

Tuttavia, la divinità qui è il fenomeno sperimentato stesso. ( Vedi l’articolo: https://kojinnomichi.wordpress.com/2011/08/15/cosa-significa-shin-ryu/ )

Cioè, è un tipo di conoscenza che non può essere trasmessa nei modi precedenti, che deve essere vissuta dall’individuo.

Mushin

Sintetizzando, possiamo riassumere che il processo di apprendimento si basa su questi tre concetti. Inizialmente il Deshi “copierà”  cosa fare dal Sensei e dai Deshi più anziani di grado, (Taihen大伝). Quindi inizierà a commettere errori e studierà i modi per correggerli, magari attraverso l’ausilio di nuove fonti, (insegnamenti o consigli dai Deshi più anziani, insegnanti, ecc). Questo è Kuden (口伝). Alla fine, interiorizzerà e metabolizzerà la conoscenza acquisita e la renderà inconscia, (Mushin – lo stato in cui sarà il cervello rettiliano a rispondere automaticamente alle situazioni esterne) non dovendo più pensare passo dopo passo cosa fare. Questo è Shinden (神伝).

Esempi comuni di questo processo di apprendimento e risposta sono facili da trovare nella vita quotidiana,  quando impariamo ad andare in bicicletta, nuotare, suonare uno strumento, usare un attrezzo che richieda un procedimento meccanico.

Come precedentemente citato, il Sōtai waza è una componente indispensabile per l’addestramento (Non l’allenamento) del Deshi, per questo merita un articolo a parte.

Il sogno di Zhuang, tra farfalle, gatti e… Matrix

Una notte qualsiasi intorno al 300 a.C., , il filosofo cinese  Zhuang Zhou庄子, futuro erede del Taoismo, dopo Lao Tsu, sognò di essere un uomo che d’improvviso si tramutava in farfalla (莊周夢蝶).

Al suo risveglio, Zhuang  non ebbe più chiaro se fosse lui ad aver sognato la farfalla, oppure se al contrario non fosse stata la farfalla ad aver sognato di tramutarsi in uomo. 

Questo filosofo cinese che visse sotto il regno di Hui e Xuan, trecento anni prima dell’era cristiana, durante il periodo detto degli Stati in Guerra e delle Cento Scuole di Pensiero, disse una volta ai suoi discepoli: «Posso concepire l’esistenza dell’inesistente, ma l’inesistenza dell’inesistente sfugge alla mia comprensione».

Questo paradosso della farfalla, all’ apparenza molto ordinario, apre una grande quantità di interpretazioni: in filosofia se ne occupa la gnoseologia (che studia la conoscenza della realtà), in psicologia si aprono riflessioni sulla percezione del Sé e del mondo quotidiano oltre che sulla interpretazione simbolica dei sogni (simbologia della farfalla, trasmutazione in insetto, volo ecc). Anche nell’arte esistono connessioni interessanti, come ad esempio nelle produzioni artistiche sulla rêverie (stato intermediario tra veglia e sogno – vedi  il quadro di Johann Heinrich Füssli, “l’Incubo”), ed anche in letteratura comparirebbero esempi come la giovane Alice nel paese delle meraviglie di Louis Carroll o come Gregor Samsa presentato da Franz Kafka, che si sveglia (?) una mattina tramutato in un insetto.

Nel film Matrix, Morpheus disse a Neo:“Hai mai fatto un sogno tanto realistico da sembrarti vero? E se da un sogno così non ti dovessi più svegliare? Come potresti distinguere il mondo dei sogni da quello della realtà?” 

Quali sono nella vita “Reale” le “linee perimetrali”, i Landmark, che delimitano con assoluta certezza ciò che è reale da ciò che è sogno? Questa domanda scatena innumerevoli altre domande sulla filosofia della mente, del linguaggio e sulla gnoseologia,  dal greco gnósis, «conoscenza», + lógos, «discorso»), chiamata anche Teoria della conoscenza, e quella causarum cognitio  (Conoscenza delle cause) è quella branca della filosofia che studia la natura della conoscenza.

In particolare, così come si è consolidata nell’età moderna ad opera della speculazione filosofica di Kant, la gnoseologia si occupa dell’analisi dei fondamenti, dei limiti e della validità della conoscenza umana, intesa essenzialmente come relazione tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto.

Se filosoficamente questo argomento risulta essere affascinante, diventa inquietante laddove la Gnoseologia diviene Epistemologia, ovvero “Filosofia della Scienza”, il cui campo di studi privilegiato è la Meccanica Quantistica, (Vedi il Paradosso del gatto di Schrödinger – è un esperimento mentale ideato nel 1935 da Erwin Schrödinger, con lo scopo di illustrare come la meccanica quantistica fornisca risultati paradossali se applicata a un sistema fisico macroscopico.

In esso si descrive un apparato sperimentale in cui un gatto è in uno stato di sovrapposizione quantistica, nel quale le condizioni di gatto vivo e morto sono entrambe presenti contemporaneamente; questo come conseguenza dell’essere collegato a un evento subatomico casuale che può verificarsi con una certa probabilità. Il paradosso compare di frequente anche nelle discussioni teoriche sulle interpretazioni della meccanica quantistica).

La domanda che sorge spontanea è “In quale sogno viviamo?” Siamo svegli? Stiamo dormendo in un sogno di un altro? Siamo in grado di risvegliarci? E come?… Wake up!!!

Il Kensho, risveglio, satori e… Matrix

Il Kensho, termine che definisce un raggiungimento spirituale che spesso viene sostituito con il termine satori, il quale deriva dal verbo satoru che significa “realizzazione, comprensione”.

Secondo Ingrid Fischer-Schreiber, sinologa , traduttrice , autrice ed editrice austriaca , kenshō e satori sono approssimativamente considerati sinonimi; viene però distinto kenshō per intendere una realizzazione iniziale che deve essere approfondita, e satori per intendere la realizzazione della Natura di Buddha di un risvegliato o di un patriarca.

La tradizione buddhista giapponese mantiene una ricchezza di termini riferibili ad “illuminazione”: risveglio (kaku), vero risveglio (shōgaku), perfetto risveglio, liberazione (gedatsu), conferma della liberazione (shō), Grande Morte (daishi), illuminazione solitaria (mushi dokugo), piena penetrazione della Natura di Buddha (taigo tettei), e completo perfetto risveglio (anokutara sanmyaku sanbodai), viene usato anche il termine Daigo.

Il termine cinese corrispondente a kensho è jianxing (见性), composto dai caratteri: jian 見 “vedere, osservare, percepire” e xing 性 “natura originaria”.

A loro volta, i monaci buddhisti che compilarono le traduzioni cinesi dei sutra dovettero affrontare numerose complicazioni linguistiche: scelsero infatti il termine jian (見) per tradurre il vocabolo sanscrito dṛś (दृश्), che significa “vedere, osservare” e il concetto buddhista di “visione”, “saggezza”, e il termine xing 性 o zixing 自性 “propria natura” per il sanscrito svabhāva स्वभाव “natura intrinseca, vera natura”.

Il termine kenshō fa riferimento alla realizzazione della non-dualità del soggetto e dell’oggetto ma il termine può essere applicato anche ad altri contesti.

Il kenshō non rappresenta solo una singola esperienza, ma talvolta rimanda ad una serie completa di realizzazioni dallo sguardo superficiale di un principiante sulla natura della mente fino alla visione del vuoto equivalente alla Bhumi o alla natura di Buddha stessa.

In tutti questi casi, viene realizzata la stessa esperienza, ma in diversi gradi di chiarezza e di profondità.

Il kensho è un’intuizione, una comprensione della realtà per come è.

Le concezioni contemporanee definiscono anche il kensho come un'”esperienza”. Il termine “esperienza dell’illuminazione” è ripetitivo per sé stesso, come dire che  “Il Kensho è l’esperienza del kensho”.

La nozione di “esperienza” si adatta a una serie conosciuta di divisione: pura, immediata invece di mediata, graduale; non-cognitiva invece di cognitiva; intuitiva invece di intellettuale; irrazionale invece di razionale; ineffabile invece di discorsiva; non-proposizionale invece di proposizionale.

La nozione di “pura esperienza” (junsui kuiken) per intendere e capire il significato di kensho è stata introdotta da Kitaro Nishida nel suo Colloquio sul Bene (1911), sotto l’influenza di una “sua qualche idiosincratica lettura della filosofia occidentale”.

La nozione di “esperienza” è stata criticata. 

In quanto il termine “esperienza” è un tipico termine occidentale, che ha trovato la sua via per la religiosità asiatica attraverso influenze occidentali. La nozione di esperienza inoltre sovra enfatizza il kensho, come se fosse il solo obiettivo dell’addestramento Zen, dove per la tradizione Zen vale che “l’odore di Zen” dev’essere rimosso e l'”esperienza” del kensho deve essere integrata nella vita quotidiana. 

Nella scuola Rinzai questo addestramento post-satori include lo studio e la padronanza di grandi quantità nella poesia classica cinese, che è lontana da essere “universale” e da trascendere la cultura. Al contrario, richiede un’educazione in un linguaggio specifico e in un comportamento che è regolato da specifiche e rigide norme culturali.

Enfatizzare il termine “esperienza” riduce la dialettica sofisticata della dottrina e della pratica Zen a meri concetti astratti o ad un insieme di tecniche intese ad convincere su questo tipo di esperienza.

Questa esperienza quasi estatica viene descritta come un’intuizione improvvisa, sull’interazione con qualcuno, grazie all’ascolto o alla lettura di una qualche frase significativa, o alla percezione di un suono o di una situazione inaspettata.

L’idea di “intuizione improvvisa” è stata dibattuta accesamente fin dall’inizio della storia dello Zen. Divenne persino parte della narrativa Zen nel VII secolo d.C.

Jinul Puril Bojo Daesa (o Bojo Guksa), un maestro Seon coreano del XII secolo, metteva in evidenza la natura improvvisa dell’intuizione della vera natura, che dev’essere seguita da una pratica per approfondire la visione e ottenere la piena realizzazione. Il maestro coreano contemporaneo Seongcheol oppose a questo il detto “improvvisa illuminazione, improvvisa coltivazione”. Ma Hoan Jiyu-Kennett, una maestra Zen contemporanea, avverte che ottenere il kensho non significa essere liberi dal seguire una moralità, le leggi del karma, o dal vigilare sulle conseguenze di un’azione.

La Dualità di Matrix – Il Codice Binario

Questo stato risulta essere simile all’esperienza vissuta da Pietro Negri, Alias Arturo Reghini uno dei massimi iniziati dell’ Esoterismo Tradizionale e raccontata nel 1° Volume di “Introduzione alla Magia” a cura del Gruppo di UR. In esso l’autore traccia un racconto in cui passa da una esperienza prosaica “Circa quattordici anni fa stavo un giorno, fermo ed in piedi, sul marciapiede del palazzo Strozzi a Firenze, discorrendo con un amico” – “ad un tratto, mentre parlavo od ascoltavo, ecco, sentii diversamente: la vita, il mondo, le cose ‘tutte; mi accorsi subitamente della mia incorporeità e della radicale, evidente, immaterialità dell’universo; mi accorsi che il mio corpo era in me, che le cose tutte erano interiormente, in me; che tutto faceva capo a me, ossia al centro profondo, abissale ed oscuro del mio essere”.

In questo “Sentire diversamente” la realtà contingente perde forma e sfuma in una nebulosità in cui la “Vera realtà” appare in tutta la sua s-oggettiva esistenza, un po’ come nel primo capitolo della quadrilogia di Matrix in cui Thomas Anderson perde l’identità di se trasformandosi in Neo, ed iniziando a vivere nell’ autentico mondo reale, abbandonando l’illusione dei fallaci cinque sensi umani e passando oltre l’umana percezione, il sapore aspro, non edulcorato dai piaceri umani, effimeri e transitori, di questa nuova realtà fa si che non tutti ne anelino il raggiungimento.

L’occhio esperto saprà cogliere la similitudine con il passaggio liminale tra la realtà contingente ed il varcare il Kekkai, il portone che si apre una volta compiuta la pratica del Kuji Kiri…

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A Modern Shinobi – un intervista

Propongo un’intervista che mi venne proposta e successivamente pubblicata da un amico che studia e lavora nel campo delle Strategie geopolitiche ed Alti Studi Strategici e che si interessa anche di Gestione mentale nelle operazioni non convenzionali, il quale per motivi contrattuali ha dovuto mettere in manutenzione il sito ove era situata questa intervista.

Il ninja occidentale

Una chiacchierata con Alberto Bergamini

Il mio approccio personale agli studi sulla sicurezza e alle scienze sociali applicate all’intelligenza spesso sottolinea l’importanza dell’antica conoscenza guerriera anche all’interno delle nicchie più avanzate e moderne dell’industria della sicurezza.

In questo articolo condivideremo con il lettore un esempio molto interessante di questo particolare campo di ricerca. Ti porteremo nella vita di un uomo che ha deciso di dedicare gran parte del suo tempo e delle sue risorse alla pratica di un particolare set di abilità che affonda le sue radici in tempi antichi, in luoghi remoti di un mondo ultimo. Benvenuti nella vita di Alberto Bergamini, benvenuti nel mondo in dissolvenza dei Ninja.

– La dimensione umana:

Alberto Bergamini è prima di tutto un uomo che lavora nel settore della sicurezza privata italiana, le investigazioni private sono particolari, questo lavoro, che lo accompagna da 30 anni, è una parte molto importante della sua vita, una vita che condivide una doppia anima, il professionista da una parte e il guerriero dall’altra.

Durante l’intervista ci siamo concentrati principalmente sul secondo aspetto della vita di Bergamini poiché è percepito come il più interessante e sicuramente il più insolito da sentire. Quindi entriamo più a fondo nel mondo dei ninja moderni.

Nonostante ciò che siamo abituati a vedere nei film, i ninja sono un tema molto più complicato da indagare. Iniziamo con la definizione di cosa sia un Ninja e come lo chiameremo effettivamente per non sbagliare. Il signor Bergamini ha condiviso alcune delle sue conoscenze sull’argomento e ha affermato che anche il nome “Ninja” è principalmente un mito, vediamo perché:

Il background del signor Bergamini nelle arti marziali è iniziato quando era molto giovane. Iniziò con il Karate e praticò anche l’Aikijujutsu, un insieme di diversi sistemi di combattimento provenienti dalla tradizione giapponese. Ad un certo punto ha scoperto il Ninjutsu grazie a uno dei pochissimi maestri che insegnavano l’arte in Europa in quel momento. Ben presto fu profondamente impressionato dagli insegnamenti e dalle potenzialità di quest’arte che solo in parte si basa sul combattimento.

“Il Ninjutsu ti insegna a vivere in modo diverso e più concentrato. Favorisce la tua concentrazione e ti rende capace di perseguire i tuoi obiettivi più intimi”.

L’arte del Ninjutsu sarebbe quindi basata su alcune tipologie di esercizi e abilità normalmente percepite come non naturali e immorali da altri guerrieri. Il Ninja è un tipo speciale di guerriero che si muove invisibile dove è necessario ed è in grado di combattere in modi non convenzionali solo se obbligato.

La prima regola è essere invisibili. Questa “regola” è ancora molto importante nell’intelligence e nella sicurezza moderna.

– Guerrieri, arti e demoni

Il Ninja è spesso percepito come un tipo di guerriero molto subdolo, più vicino alla concezione moderna dell’assassino che a quella dell’eroe. Una fama così peculiare deriva principalmente dai miti di Hollywood ma anche da secoli di segreti custoditi dai clan dei Ninja, potenti famiglie che addestravano solo individui rigorosamente selezionati a diventare agenti segreti o agenti per operazioni segrete per l’imperatore.

Oggi alcuni clan Ninja sopravvivono ancora in Giappone grazie alla tradizione ma solo pochissimi praticanti potrebbero aver conservato la vera essenza del Ninjutsu originale, un insieme di abilità costituito da 36 diverse arti che furono studiate dalla maggior parte dei Ninja che in seguito si specializzarono profondamente solo in poche di queste.

I ninja operavano in piccole squadre durante la maggior parte dei loro compiti per avere una varietà di membri specializzati del team pronti a qualsiasi inconveniente sul campo. Il fallimento era percepito come un peccato imperdonabile e molti guerrieri preferivano morire durante una missione invece di tornare dal loro padrone con una missione fallita, poiché le conseguenze avrebbero potuto essere molto drammatiche.

Le arti e le misteriose dottrine religiose degli Shinobi hanno generato un vasto corpus di storie e leggende riguardanti la figura evanescente del Ninja. Una spia, un assassino, una figura spirituale che era anche associata ai demoni, i Tengu.

È vero che certe credenze e pratiche esoteriche dei Ninja suggeriscono una dimensione post materiale che potrebbe conferire capacità soprannaturali al praticante. Queste credenze, basate principalmente sullo Shingon e una serie di dottrine segrete e la nobile pratica del Sanmitsu, hanno contribuito alla creazione della figura esoterica del misterioso Shinobi che abbiamo oggi.

– L’eredità moderna

In che modo le arti e le abilità antiche influenzano la realtà attuale? Un qualche tipo di formazione tradizionale influenza effettivamente le pratiche moderne nel settore della sicurezza privata?

Una risposta breve è impossibile e forse inopportuna da dare poiché il legame tra antico e moderno, sacro e profano è molto sottile e particolarmente personale. Ciascuno sceglierà la propria strada e il proprio modo di comprendere il mondo. Quello che possiamo dare è l’opinione dell’informatore dell’ora, che condivide una grande conoscenza teorica e pratica in questo campo.

Ci sono sicuramente alcuni elementi che stabiliscono un legame profondo tra il passato e il presente della sicurezza come:

– L’importanza del basso stato del profilo

– L’arte del travestimento

– Controspionaggio

– Integrità mentale

– Formazione costante e specializzata

-Lealtà

– Orientamento dei dettagli

[Posso solamente aggiungere come la pratica della Arti marziali Tradizionali Giapponesi e nella fattispecie la pratica delle tecniche Marziali, Strategiche e Spirituali del Ninjutsu aiutino nel settore della sicurezza oltrepassando una zona liminale tra le miriadi di input che ci pone di fronte la vita quotidiana e creando dei veri e propri “canali di attenzione” al particolare più significativo ai fini di un’indagine (nel caso del lavoro investigativo) o della sicurezza privata. Uno sguardo troppo insistente, un gesto affrettato o sospetto, un segnale convenzionale effettuato di nascosto, tutto viene come “scannerizzato” e “evidenziato” oltre la soglia dell’attenzione, questo  stato si chiama Zanshin, o “estrema attenzione” ed è caratterizzato da una profonda calma interiore. Così questa situazione di “stato trofotropico” o di stasi emotiva fa si che tutte le funzioni biologiche di base rimangano equilibrate entro un range di autocontrollo emozionale nonostante l’operatore sia in una situazione di pre-alert.

Va da se che un operatore che lavori nell’ambito della sicurezza sia padrone delle proprie emozioni, lo rende estremamente professionale nel rapportarsi sia con il cliente, sia nella gestione  di un’eventuale scontro, mantenendolo entro un perimetro di controllo ed evitando lo scontro.

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Considerazione sulla Via Marziale

Ieri pomeriggio mi sono recato da Sensei a parlare di future collaborazioni, parlando delle sue esperienze (Iniziò nel 1959, io sarei nato quattro anni dopo) il discorso cadde sull’Etica Marziale e di come ormai questo importante contenuto della Tradizione Marziale sia caduto nel dimenticatoio.

Mi regalò una frase che mi rimarrà scolpita nella mente e nello Spirito fino alla morte, che richiama le Otto virtù del Samurai :” Ci sono qualità nel praticante Marziale che devono essere rispettate anche nelle vita. L’Onore il cui contrario è il disonore. Il Rispetto il cui contrario è la maleducazione. La Gerarchia il cui contrario è l’anarchia, il Dovere il cui contrario è indolenza e menefreghismo.

Questo mi fece ricordare una frase che era scritta nel libretto che dava a tutti i nuovi Deshi :” La parola del Sensei è legge”. Ora molti si troveranno in disaccordo con questa frase, ma invito loro a rammentare che l’Arte Marziale di oggi era un modello MILITARE di comportamento di ieri…

Anche se a causa della mia inesperienza e mancanza di rigidità non sono riuscito a mantenere un alto livello di Reigi nella mia Scuola, non significa che sia in disaccordo con il pensiero del mio Sensei, io condivido in toto il suo pensiero ed il suo modo di agire e credo che chi non segua queste regole sbagli di grosso… A casa mia si dice “Chi sbaglia di sua testa paga di sua tasca”.

Chi non riesce ad educare adeguatamente i propri Deshi creerà solamente degli “Hobbysti” delle Arti Marziali che seguono le lezioni per divertimento e per svago, o per vantarsi con gli amici, niente di più lontano degli scopi delle Arti Marziali stesse. Non smetterò mai di dirlo:“Gli studi Marziali sono un percorso e non un corso” e devono insegnarti anche a come comportarti.

Se sei disdicevole dovrai raggiungere l’Onore, se sei maleducato dovrai raggiungere il Rispetto, se sei indisciplinato dovrai rispettare la Gerarchia, se sei indolente dovrai imparare il senso del Dovere.

Se una Scuola Marziale non ti insegna questo imparerai solo delle tecniche senza raggiungere lo Spirito che le animava.

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Leggende e Folklore Giapponese – Gli Yōkai -Basan 波山 ばさん

Il suo nome è onomatopeico e riproduce il suono delle sue ali che sbattono

Può anche chiamarsi  basabasa, inu hōō (“cane fenice”)

Lo si può scorgere nelle foreste montane; si trova solo su Shikoku, una delle otto regioni del Giappone, situata direttamente a sud della regione del Chūgoku (sull’isola principale dell’arcipelago nipponico, Honshū) e a est dell’isola di Kyūshū. 

Si ciba di legno carbonizzato e brace.

I Basan sono uccelli rari che si trovano solo sull’isola di Shikoku, nelle montagne della Prefettura di Ehime 愛媛. Hanno all’incirca le dimensioni di un tacchino e hanno la forma di un galletto.

Questi Yōkai sono facilmente riconoscibili per la loro cresta rosso brillante e il piumaggio dai colori sfavillanti che sembrano lingue di fuoco. La loro caratteristica più notevole è il loro respiro, che emettono dalla loro bocca come il fuoco di un drago, tuttavia, la fiamma non emette calore.

I Basan sono prevalentemente notturni quindi si sa poco del loro comportamento. Costruiscono le loro case in nascosti boschetti di bambù, lontani dalle attività umane. Il legno carbonizzato e le braci costituiscono la loro dieta ed è noto che vagano di notte in villaggi remoti per rimpinzarsi con i resti di falò o carbone. Quando sono contenti o spaventati, i Basan battono le ali creando il caratteristico suono frusciante “basabasa” da cui prendono il nome.

Le persone che hanno potuto intravedere questi uccelli Yōkai hanno potuto notare che svaniscono nel nulla quando si rendono conto di essere stati visti.

Shinobi-monomi (忍び物見) e OSINT

Sul Buke Myomokusho 武家名目抄 *si trova scritto: «Gli shinobi-monomi erano persone utilizzate in modo segreto e se le loro funzioni erano andare in montagna si travestivano da raccoglitori di legna da ardere per scoprire e acquisire notizie sul territorio nemico… erano particolarmente esperti nel viaggiare in incognito».

Sempre nel Buke Myomokusho lo storico militare Hanawa Hokinoichi scrisse dei ninja: “Viaggiarono in incognito in altri territori per giudicare la situazione del nemico, avrebbero attraversato la loro strada in mezzo al nemico per scoprire le sue lacune”, evidenziando così la ricerca di quelle che oggi nella moderna dottrina della guerra psicologica vengono chiamate “vulnerabilità”.

Durante il periodo Sengoku lo Shinobi-monomi aveva la funzione  di  pattugliare i campi e nelle montagne e cercare di interpretare la situazione del nemico sul campo di battaglia, veniva  anche chiamato Shibami o Kamari.

Si dice che Takeda Shingen creò una sorta di agenzia di intelligence “ante litteram” con più di mille membri che includeva  shugenja  dal monte Kaikoma (駒ヶ岳) nella provincia di Kai e dal monte Togakushi (戸隠山) a Shinano. Presumibilmente ha anche fatto uso di guide del santuario e del tempio ” Onshi ” (御師), fanciulle erranti del santuario (のうのう巫女) e persino mercanti (商人). Questo nuovo gruppo di agenti segreti fu chiamato “ Mitsu-mono ” (三ッ者) di Shingen e la loro specializzazione era nella raccolta di informazioni. Sembra che Takeda Shingen avesse abilmente manipolato questa rete per raccogliere e diffondere un’ampia varietà di tipi di informazioni in tutto il paese. Poiché le persone con le gambe lunghe camminano più velocemente e con un passo maggiore rispetto alle persone con gambe più corte, Shingen fu soprannominato il ” Sokuchō-bōzu ” (足長坊主), che significa “il monaco buddista con le gambe lunghe” perché era in grado di raccogliere e allargare informazioni a grande velocità.

Lo Shinobi-monomi, era una spia che raccoglieva le sue informazioni  nascondendosi inosservata tra le montagne e i campi, dietro un cespuglio o dentro una tana scavata con il Kunai e scrutando lo stato del territorio e il movimento del nemico. 

Questa tipologia di informatore sarebbe stata classificata come livello più basso del solito monomi (che è pari al successivo shoko-sekko (ufficiale di pattuglia), tosotsu (soldato) e ashigaru (soldato comune) che nelle epoche successive ricoprirono tale ruolo.

C’è una descrizione in “Kenbunzatsuroku” su Oda Nobunaga che fa una ricerca tramite i monomi per lo stato del nemico. In ” Ōu Eikei gunki ” (una cronaca di guerra), Date Masamune usava uno shibami per proteggersi da un attacco notturno del nemico.

Come abbiamo potuto constatare lo spionaggio è fondamentale per la riuscita delle operazioni militari perché queste sono fondate sulla capacità di prevedere sulla base calcoli su vantaggi e svantaggi, l’obbiettivo sarebbe quello di soggiogare il nemico con le minor perdite possibili, sia in termini di vite umane, ma ancor più di armamenti, vettovagliamenti ed attrezzature: vincere senza combattere è la suprema abilità. Questo può accadere solo se l’obbiettivo individuato è conosciuto.

Per entrare in possesso di informazioni concernenti  l’ubicazione dei magazzini, degli arsenali, degli equipaggiamenti e della disposizione delle armate, non ci sono altre possibilità che affidarsi a delle spie. Sun Tzu è perentorio: non c’è indovino e non c’è alcun mezzo sovrannaturale che consenta la conoscenza di questi elementi essenziali all’arte della guerra, così che niente si potrà sostituire agli infiltrati.

Per questo si rende  necessario l’uso delle spie, esse infatti svolgono differenti ruoli, tra i quali informare e rilasciare informazioni false. Tra i tipi di spie possiamo trovare quelle locali, qualora sia del luogo in cui si svolgono le ricerche. Possono essere interne allo schieramento nemico, possono essere “vive” e fornire informazioni e possono essere “morte” e depistare il nemico.

Ma l’obbiettivo è sempre lo stesso: saper sfruttare le informazioni. In questa descrizione dei tipi di spie possibili si vedono tutte le possibili attività utili che gli infiltrati possono svolgere a nostro favore: reperire informazioni, diffondere informazioni false.

Sun Tzu era ben consapevole quanto fosse centrale l’informazione e la conoscenza all’interno dell’arte militare. Risulta che l’Arte della guerra si basa fortemente sul saper dominare l’informazione a proprio vantaggio.

Ma il modo di fare “Spionaggio” è profondamente cambiato con l’avanzare del tempo ed ha attraversato varie fasi sempre meno “Operative sul campo” sino ad arrivare all’avvento di Internet in cui una rete di spie si riduce ad un operatore di fronte ad un pc.

Provate a pensare come fosse facile in un recente passato crearsi una identità fittizia, documenti falsi, passaporto, carta di identità, tutti abilmente contraffatti e giorni di indagini da parte delle autorità per determinarne la genuinità.

Oggi invece una spia (quello che veniva chiamato Shinobi – Monomi) per essere attendibile ha bisogno di lunga e complicata “coda digitale”, per rendere verosimile la sua esistenza: profili dei social network, cronologie di navigazione, uno smartphone realmente utilizzato e così via.

Pensate quanto potrebbe essere credibile uno studente giapponese di medicina che arrivasse a Londra o a New York con i documenti in ordine, ma senza un profilo Facebook, Instagram o Twitter o con questi profili creati da pochi mesi e con contenuti ordinari, se il suo conto bancario risultasse registrato di recente ed il suo smartphone fosse comprato da poco.

Per questo dalla seconda guerra mondiale nasce l’OSINT (Open Source Intelligence), anche se solo dalla nascita di Internet ed in tempi recenti viene reso operativo al 100%,

Con la crescita improvvisa dell’utilizzo di strumenti digitali (smartphone, social network, dispositivi IoT*) e l’enorme volume di dati digitali (Big Data)prodotti dagli utilizzatori della rete, la cosiddetta Open Source Intelligence diventa una necessità per diverse organizzazioni. Dipartimenti governativi, organizzazioni non governative e società commerciali, ad esempio, scelgono OSINT per motivi di sicurezza o indagine di mercato.

L’ OSINT, è utilizzato da decenni per descrivere l’attività di raccolta di informazioni attraverso risorse disponibili al pubblico, ed utilizza diverse fonti di informazioni fra cui:

Mezzi di comunicazione — giornali, riviste, televisione, radio, siti web e social network.

Dati pubblici — rapporti dei governi, piani finanziari, dati demografici, dibattiti legislativi, conferenze stampa, discorsi, avvisi aeronautici e marittimi.

Osservazioni dirette — fotografie di piloti amatoriali, ascolto di conversazioni radio e osservazione di fotografie satellitari. La diffusione di fotografie satellitari, spesso in alta risoluzione, sulla rete (ad esempio Google Earth) ha esteso la possibilità di Open source intelligence anche per aree che prima erano disponibili solo alle maggiori agenzie di spionaggio.

Professionisti e studiosi — conferenze, simposi, lezioni universitarie, associazioni professionali e pubblicazioni scientifiche.

La maggior parte delle informazioni ha dimensioni geospaziali, ma molto spesso disattendono il lato geospaziale di OSINT: non tutti i dati open source sono testo senza struttura. Alcuni esempi di open source geospaziali sono: copie materiali o digitali di mappe, atlanti, repertori geografici, progetti di porto, dati gravitazionali, aeronautici, nautici, geodetici, geo-antropici, ambientali, di iconografia commerciale, lidar***, iper- e multi-spettrali, foto aeree, di web services di mash-up, di database spaziali.

La maggior parte di tale materiale geospaziale è trattato attraverso un software del tipo GIS****.

L’OSINT applica un specifico processo di gestione delle informazioni, data l’attenzione richiesta nell’individuazione preventiva e selezione delle fonti rilevanti, nonché nella determinazione del loro grado di attendibilità. Lo scopo di questa tipologia di analisi rimane comune a quello delle altre discipline: colmare gap informativi a supporto di una specifica decisione (operata da un singolo o da un gruppo).

Attraverso l’OSINT è possibile acquisire dati e informazioni su aziendepersoneprofiliutenzeindirizzi e-mailsitifoto video, presenti anche nel Dark Web. L’attività di ricerca open source è prevalentemente utilizzata in ambito investigativo, ma trova spazio anche in ambito aziendale e nel campo della sicurezza informatica.

Vi è un ampio ventaglio di operatori economici che vendono “prodotti informativi” specificamente rientranti in questa categoria.

L’OSINT ha subito notevoli cambiamenti alla fine del XX secolo. Negli Stati Uniti l’aspetto di rilievo dell’OSINT risiede oggi nel conflitto tra militari, governo e settore privato su come si dovrebbe ottenere il nucleo principale dell’intelligence. 

Come scrivevo precedentemente, con l’avvento di Internet, delle comunicazioni istantanee e della ricerca avanzata sui media, il nucleo dell’intelligence utilizzabile ed in grado di consentire previsioni può essere ricavata da fonti pubbliche, non “classificate”.

Le agenzie governative sono state lente ad adottare OSINT, o a convincersi di disporre già flussi informativi validi provenienti dai mezzi di comunicazione di massa, e dai registri pubblici e di istituzioni scolastiche******.

I reporter accreditati sono in qualche misura protetti nella loro attività di fare domande e cercare materiale da divulgare su media riconosciuti, anche se a volte trascendono, cercando notizie troppo capillari e rischiano l’arresto o una condanna a pene detentive per aver cercato ciò che viene considerato OSINT (O peggio, vedi l’episodio occorso al nostro connazionale Giulio Regeni che dopo aver lavorato al Cairo per l’UNIDO***** ed aver svolto per un anno ricerche per conto della società privata di analisi politiche Oxford Analytica, stava conseguendo un dottorato di ricerca presso il Girton College dell’Università di Cambridge e si trovava in Egitto per svolgere una ricerca sui sindacati indipendenti). La raccolta illegale di dati da parte di individui per conto di apparati militari o d’intelligence stranieri è considerato spionaggio nella maggior parte dei paesi.

Ciò non toglie che lo spionaggio “non configurante tradimento” (ossia tradire lo stato di cui si sia cittadini – Vedi gli agenti infiltrati reclutati tra i funzionari del nemico di cui parla Sun Tsu) sia considerato fin dall’antichità un normale e necessario strumento di esercizio del potere statale, oltre che — sul piano soggettivo — un “mestiere onorevole”. La maggior parte dei paesi riconosce questo principio, e di conseguenza — quando il loro servizio di controspionaggio cattura una spia straniera — normalmente l’agente segreto “scoperto” è rispedito senza tante cerimonie al paese di provenienza dopo un debriefing ostile.

Sottoporre a pena o rifiutare il rimpatrio dell’agente operante con copertura “non ufficiale” di norma è la conseguenza di relazioni internazionali molto deteriorate, peraltro integrante un atto di eccezionale inimicizia, ancorché non giuridicamente e ufficialmente sanzionabile.

L’approccio analitico nel processo OSINT, avviato dall’input informativo del decisore, consiste in quattro fasi distinte:

Scoperta (Discovery) – Sapere chi sa (Know who Knows)

Individuazione (Discrimination) – sapere cosa è cosa (Know What’s What)

Distillazione (Distillation) – Sapere cosa è “rilevante” (Know What’s hot)

Disseminazione (Dissemination) – Sapere chi è chi (Know Who’s Who)

La prima fase è quella in cui si raccolgono tutte le informazioni che riguardano o interessano l’oggetto dell’indagine. Nella seconda fase avviene una prima scrematura dei dati raccolti. Nella terza fase si procede con l’analisi degli stessi e l’individuazione delle relative connessioni. Infine, nella quarta fase viene prodotta una documentazione finale e riassuntiva del materiale raccolto e analizzato.

Secondo il rapporto della Commission on the Intelligence Capabilities of the United States Regarding Weapons of Mass Destruction reso noto nel marzo 2005, l’OSINT va compresa nel processo di acquisizione di intelligence da ogni fonte per le seguenti ragioni:

La natura sempre mutante della nostra intelligence obbliga la Intelligence Community a comprendere velocemente e con facilità un ampio spettro di culture e paesi stranieri.- … le minacce odierne sono in celere mutamento e geograficamente diffuse; è un fatto di comune esperienza che un analista di intelligence può essere costretto a passare rapidamente da un argomento ad un altro. Sempre più spesso, i professionisti dell’IC (Intelligence Collection, raccolta d’intelligence) hanno bisogno di assimilare presto informazioni sociali, economiche, e culturali su un paese — informazioni spesso esposte da “fonti aperte”.

Le informazioni open source forniscono una base per comprendere il materiale “classificato”. Malgrado la gran quantità di materiale classificato prodotto dalla IC, la quota di informazioni classificate prodotta su un singolo argomento può essere piuttosto limitata, e risultare fuorviante se vista da una prospettiva di fonte classificata. Forse il più importante esempio contemporaneo si riferisce al terrorismo, dove l’OSINT può colmare le lacune e dar vita a collegamenti che permettono agli analisti di meglio intendere l’intelligence frammentaria, i piani terroristici di cui si parla più o meno a vanvera, i probabili mezzi di attacco, ed i bersagli potenziali.

I materiali open source possono proteggere le relative fonti e i relativi metodi. A volte un giudizio di intelligence che è effettivamente fondato su informazioni “sensibili” e “classificate” (nel senso già precisato) può essere difeso attraverso la sua prospettazione come risultato di ricerca open source. Questa tecnica si rivela particolarmente utile alle autorità politiche quando vogliano esporre i motivi delle proprie scelte, o comunicare con corrispondenti autorità straniere — in ogni caso senza compromettere la vera fonte classificata.

Esistono validi software specifici per l’OSINT in grado di mantenere una pratica “cronologia” dei risultati, che al tempo stesso raccoglie i relativi dati e attesta l’evoluzione storica della cultura e della società mondiali. Un’operazione analoga risulta ardua, se non impossibile, lavorando sui metodi di raccolta da fonti classificate.

La raccolta d’informazioni nell’OSINT è generalmente un lavoro diverso da quello rappresentato da altri settori di raccolta, nelle quali ottenere l’informazione sporca da analizzare può essere affare di elevata difficoltà, specialmente se tale indicazione iniziale deve essere estratta da fonte non collaborativa.

Nell’OSINT, la difficoltà principale consiste nel vagliare le fonti rilevanti ed affidabili partendo da una vasta massa di informazioni di pubblico dominio. Tuttavia, risulta essere un lavoro di routine per chi sa come accedere alla conoscenza locale e come sfruttare quei consulenti che possono creare “conoscenza su misura” all’istante.

* Il Buke Myomokusho è un’enciclopedia dei samurai compilata da Hanawa Hokinoichi (1746- 1821)

** L’acronimo IoT indica qualsiasi sistema di dispositivi fisici che ricevono e trasferiscono i dati su reti wireless, con un intervento manuale limitato. Ciò si ottiene integrando negli oggetti dispositivi di elaborazione.

 *** LIDAR (acronimo dall’inglese Light Detection and Ranging Laser Imaging Detection and Ranging) è una tecnica di telerilevamento che permette di determinare la distanza di un oggetto o di una superficie utilizzando un impulso laser.

 **** Un software GIS, sistema informativo geografico è un sistema informatico che registra, memorizza, controlla e visualizza i dati sulle posizioni sulla superficie terrestre. Il GIS può visualizzare un’ampia gamma di dati su una singola mappa, comprese strade, edifici e piante. Ciò consente alle persone di identificare, valutare e comprendere modelli e correlazioni più rapidamente.

***** UNIDO – Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale è l’Agenzia specializzata delle Nazioni Unite. Il suo mandato è quello di promuovere ed accelerare lo Sviluppo Industriale Inclusivo e Sostenibile (Sustainable and Inclusive Industrial Development – ISID) nei Paesi in via di Sviluppo e nelle Economie in Transizione e operare per migliorare le condizioni di vita nei Paesi più poveri del mondo.

****** Sono ufficiali e dichiarati i rapporti tra intelligence e università nel mondo anglosassone (Usa, Gran Bretagna, Canada, Nuova Zelanda sopra tutti), mentre nel resto d’Europa la realtà è significativamente diversa. Eppure la selezione e la riqualificazione continua sono strategici e non solo per le funzioni delicate che i Servizi vanno assumendo, sempre più, dopo l’11 settembre. Attualmente in Italia sono impegnati direttamente nell’attività di intelligence pubblica oltre 5 mila addetti, ai quali devono sommarsi quelli che svolgono attività di intelligence nelle forze dell’ordine e nell’esercito e coloro che svolgono tale attività nel settore privato, sia nelle aziende che per motivi professionali. Il numero quindi è più che considerevole e richiede un’elevata qualificazione.

Considerazioni sull’insegnamento moderno delle Arti Marziali Tradizionali

Chi mi conosce sa che le Arti Marziali Tradizionali Giapponesi ed il Ninjutsu sono parte di me da moltissimi anni, in questi anni ho imparato il significato del lato Ura di esse e di come, se praticate con il giusto  atteggiamento, portino benefici psicofisici eccezionali, oltre allo scopo esteriore di autodifesa e di crescita personale.

Purtroppo queste richiedono tutta una serie di sacrifici e protocolli che, ad oggi, è difficile da sostenere per le persone dalle aspettative più prosaiche, ma soprattutto è necessario dedicare loro molto tempo.

Constatare come oggi viene insegnata ed appresa  una pratica Marziale, più alla stregua di un gioco anziché come un vero studio, mi fa veramente indignare e mi solleva non pochi dubbi sulla reale autenticità ed efficacia dell’insegnamento stesso.

Miyamoto Musashi dice che una conoscenza superficiale è più dannosa dell’ignoranza, ed io non posso che dare ragione ad uno dei più grandi Guerrieri della storia Giapponese, nondimeno è anche uno dei rischi legati ad una fase ben precisa dell’apprendimento  del Deshi, ovvero quello del Kuden, in cui il Deshi, vuole imparare cose nuove perché crede di conoscere già tutto…

Uno degli svantaggi legati al lockdown è stato proprio quello di voler mantenere a tutti i costi un rapporto Insegnante/allievo, il che ha portato ad una ulteriore perdita in termini di qualità a scapito di un rapporto virtuale privo di sostanza.

Insegnamenti del genere potrebbero anche essere accettati se il livello del Deshi è tale da aiutare la memorizzazione di ciò che già conosce, ma iniziare un insegnamento da zero credo sia veramente di scarso valore.

Il proliferare di scuole che basano la loro trasmissione sul virtuale mi fanno capire quanta poca serietà sia rimasta nel mondo Marziale.

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Storia della Fuma Ryu Ninjutsu – Osutawa Nariko

Nata a Nara (Giappone), 14 febbraio 1929 – Torres (Brasile), muore il 31 agosto 1981.

Erede della grande eredità Budō della Dokurō-tai Ryū Hōjō-ka da parte di madre e Fukushima-Ryū da parte di padre.

Osutawa Nariko nasce nel villaggio di Yamazoe, nella Prefettura di Nara (Giappone), nell’antica regione del Kansai, una delle aree in cui ferveva maggiormente l’attività Shinobi e dichiarata Patrimonio dell’Umanità con l’obiettivo di preservare i luoghi sacri e le vie di pellegrinaggio delle Montagne Kii, venerate per secoli dagli antichi Yamabushi, Sôhai e Shinobi.

(Il sito sacro delle montagne Kii si trova nella regione centrale del Giappone, nelle Prefetture di Nara, Wakayama e Mei, in una zona che sovrasta l’Oceano Pacifico, caratterizzata da aspri rilievi alti fino a 2mila metri, coperti da dense foreste pluviali ricche di torrenti, fiumi e cascate. Questo sito di grande bellezza, probabilmente venerato come luogo sacro fin da epoca preistorica, è da oltre mille anni un’importante meta di pellegrinaggio religioso, che ancora oggi svolge un ruolo importantissimo nella vita spirituale del Giappone).

Fu lì che la giovane kanto-ku-sha (Custode, sovraintendente) Osutawa Nariko forgiò il suo corpo e il suo spirito attraverso l’apprendimento e la pratica delle antiche tecniche di combattimento giapponesi e apprese da suo padre, Osutawa Yamashita, le arti samuraiche e shinobu dell’antico clan tardo Hōjō sotto una disciplina dura e spietata, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939.

Una volta iniziata la Seconda Guerra Mondiale, Osutawa Yamashita decide di lasciare il Giappone poiché non era d’accordo con la decisione della Casa Imperiale di allearsi con i tedeschi (in particolare con i nazisti, che considerava “uomini senza onore”).

Dopo questa decisione, il Clan Osutawa venne bandito e considerato fuorilegge dalla Casa Imperiale. Osutawa Yamashita, con la moglie e i due figli, si stabilì dopo un lungo viaggio nella cittadina di Torres (Rio Grande do Sul, Brasile), nel 1940, dove morì pochi anni dopo, lasciando in eredità la custodia delle Arti Samurai della famiglia Fukushima Ryū a suo figlio, Kazuo, e le Arti Shinobu della Dokurô-tai a sua figlia, Nariko (che all’epoca aveva solo 11 anni).

Oltre a queste antiche tradizioni marziali Yamato, la kanto-ku-sha Osutawa Nariko venne addestrata alle  Koryū di Jū-Jutsu Sekiguchi Ryū*, dove ricevette il nome marziale di Hotaru (ホタル, lett. Fuoco che vola).

In vita, la kanto-ku-sha Osutawa Nariko era ingegnere in scienze inerenti la radioattività all’IPEN in Brasile, insegnava arti orientali nelle scuole del Rio Grande do Sul e trasmetteva la sua conoscenza marziale a pochissime persone durante la sua esistenza, secondo il suo pensiero la scelta per accettare un allievo era che “la sua energia doveva essere speciale”.

Uno dei lavori meno conosciuti di Osutawa Nariko riguardava la sicurezza personale professionale, motivo per cui, dalla fine degli anni ’70 e fino alla metà degli anni ’80, si recò regolarmente nei paesi limitrofi

all’ Argentina, Paraguay e Uruguay per insegnare sicurezza privata scopo tutela della privacy per vip, dignitari e celebrità.

Osutawa Nariko morì di leucemia mieloide acuta il 31 agosto 1981, all’età di 52 anni, presso l’Associação de Caridade Santa Casa do Río Grande, nella città di Torres, dove visse, insieme a suo fratello e cinque dei suoi discepoli a cui lei ha fatto giurare che la sua tradizione familiare non sarebbe morta con lei… Ad oggi, solo uno di quei discepoli mantenne la promessa fatta sul letto di morte al suo Sensei, il suo giri-no-musuko (genero). ) kyoshi Federico Fava.

* Sekiguchi-ryū (関口流) , o Sekiguchi Shin Shin-ryū (関口新心流) , è un’arte marziale giapponese fondata a metà del XVII secolo, nota per il suo Kenjutsu , Iaijutsu e Jujutsu , compresa l’arte di Kyusho-Jutsu .

Il fondatore di Sekiguchi ryu fu Sekiguchi Yarokuemon Ujimune, noto anche come Sekiguchi Jushin. Jushin faceva parte del clan Seiwa Genji Imagawa del periodo Sengoku . Quando il clan Imagawa, un tempo potente, cadde nelle conquiste di Oda Nobunaga , Jushin decise di dedicare la sua vita all’allenamento delle arti marziali.  

Lasciò il castello per i Monti Atago dove si sottopose a un’intensa preparazione fisica e spirituale. Il risultato di quell’addestramento divenne noto come Sekiguchi Shin Shin-ryū e le voci sul vagabondo e sulla sua arte risuonarono in tutto il paese. 

Tokugawa Yorinobu, capo del Kishu Han (l’odierna Prefettura di Wakayama ) aveva sentito parlare di Jushin e dopo averlo incontrato a Jushin fu chiesto di essere un ospite permanente degli Han al castello di Wakayama e di insegnare Sekiguchi-ryū. Da lì l’arte si diffuse fino a Edo Tokugawa dove l’8° shōgun Tokugawa , Tokugawa Yoshimune , divenne un menkyo kaiden di Sekiguchi Ryu. 

Durante la seconda guerra mondiale molti dei documenti del Ryū contenenti storia e tecniche andarono perduti negli incendi dei bombardamenti alleati . Dopo una pausa di 15 anni nell’addestramento, Yoshitaro, il 12° Sōke , con l’aiuto del Senpai Fujimura Shigeru restaurò l’arte e la trasmise all’attuale Soke, 13a generazione, Sekiguchi Yoshio.

Fonte Federico “Tsukahara” Fava Fondadore e Direttore presso Shinobi Dokurotai Dojo International

Traduzione ed approfondimenti Alberto Bergamini Ryodan-Chō e Responsabile intermedio Dokurō Tai Ryū Hōjō-Ka Fūma Ryū Sensō Gakkō

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Riflessioni marziali – Gerarchia e rispetto

Dopo quarant’anni di pratica, ho capito che in molti non hanno compreso che il vero significato di “Marzialità” è strettamente collegato alla gerarchia ed al rispetto.

Recentemente Tsukahara Sensei ha avuto modo di affermare “La catena di comando va rispettata come se fosse una caserma”, il che mi trova assolutamente d’accordo.

Personalmente sono cresciuto in un Dōjō in cui si dava del “Lei” al Sensei,  che usava anch’esso questa forma di educazione fosse anche al Mukyū appena arrivato, e questo perché nel sacro luogo di pratica Marziale (Questo è il significato di Dōjō) fosse anche una “Caserma” si deve ad ogni costo onorare la gerarchia, perché gerarchia significa rispetto tra i Deshi e rispetto verso il Sensei.

Gerarchia e rispetto sono i pilastri per mantenere coesione in un Clan come in un Dōjō, senza queste caratteristiche non ci sarà mai la certezza dell’affidabilità tra i Deshi o membri del Clan.

Questo è fondamentale anche oggi, quando si lavora nei Team di sicurezza, se non c’è fiducia non ci può essere affidamento tra colleghi, e senza questi presupposti nessuno vorrà affidare la propria vita.

Rispettare la gerarchia significa saper essere umile e vincere il proprio ego, questo significa saper dominare le proprie emozioni. Chi non domina le proprie emozioni non potrà mai affrontare il lavoro del Ninja, perché è di un lavoro che stiamo parlando non di un semplice passatempo in cui ci si veste di nero e si è soddisfatti così, il vero Shinobi non ha ego, non si mostra, mantiene un profilo basso.

Essere parte di un Clan, così come in un Dōjō ( a patto che non ci si accontenti di una semplice esteriorità fine a se stessa) significa saper mantenere il proprio ruolo con deferenza e subordinazione, significa ficcarsi in gola suggerimenti o consigli, significa tacere se non si viene interpellati e rimanere al proprio posto.

Purtroppo ad oggi questa espressione di comportamento (Reigi) non viene più rispettata perdendo quella “Tradizionalità” che aggiunge valore ad una pratica altrimenti meramente fisica, per questo motivo il fulcro delle Arti Marziali oggi consiste nelle gare e nelle medaglie.

Per questo motivo si creano tanti “involucri egoici” che pensano di poter vincere battaglie senza saper vincere se stessi.

Nel mio Dōjō in cui si trasmette la Tradizione Koka e Fuma esiste ancora una etichetta, etichetta che viene seguita alla lettera, etichetta che seguo anche nella vita. Chi da rispetto merita rispetto, chi non rispetta non verrà rispettato.

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Maestri Ko Shin Kai Honbū Dōjō

M° Alberto Bergamini – Ninjutsu/Bujutsu (Emilia Romagna – Ferrara) Kuro Kumo Ryu Ninjutsu/Bujutsu

M° Giuliano Goldoni – Kendō e Iaidō (Emilia Romagna – Ferrara) CSK Miyamoto Musashi Ferrara

M° Carmelo Stroscio – Bujutsu e Kobudō (Emilia Romagna – Ferrara) Bushidō Kokusai Gakuin

M° Lucio Piccioli – Combat Jujitsu (Toscana – Arezzo) Budōkan Arezzo

M° Gian Piero Costabile – Ninjutsu/Bujutsu, Karate, Daito Ryu Aikijujutsu (Calabria – Cosenza) Senshin Dojo

M° Sandro Donati – Wing Chun (Toscana – Ponsacco) Scuola Loto Nero

M° Vanni Boccato – Aikidō (Veneto – Adria) Scuola “Fiore de Liberi”

M° Edoardo Boccato – Aikidō (Veneto – Adria) Scuola “Fiore de Liberi”

M° Alessandro Castiglia – Taijiquan, Bajikuan, Karate (Roma)

M° Sandro Savoldelli – Bujutsu (Lombardia – Brescia) Clan Bushido – Arti marziali & Cultura orientale

M° Giorgio Barbagallo – Ninjutsu/Karate/Kobudo (Catania)

M° Andrea Sedevcic – Ninjutsu (Foligno)

Istr. Stefano Bigoni – Thai Boxe, Full Contact (Emilia Romagna –Ferrara)

Istr. Francesco Gardumi – Responsabile Regionale Krav Maga Emilia Romagna (Emilia Romagna – Ferrara)

Istr. Riccardo Ricci – Harimau Berentai Silat Italia (Umbria – Foligno)

M° Massimo Gitto – JKD Masayume Dojo

M° Fabrizio Innocenti  – JKD Masayume Dojo

M° Humberto Trevellin – Nihon Bugei Senmon Gakko – Hosokawa Soken Ryu Heiho – Matsuda Den Daito-ryu Renshinkan-Nishiden Ninpo Kyokai (Campinas – Brasile)

M° Marco Succi – Yama Arashi Dojo (Ferrara)

M° Walter Rocca – Yama Arashi Dojo (Ferrara)

M° Giuseppe Romano – Dojo MiraKuru Kyushinkai Milano – Karate Full Contact – IBU Kyodo Kyokushinkai

M° Fabio Vescovi – Aikibudō Yamato (Ferrara)

M° Stefano Zancaner Tarassi – Ken Shin Kan Dōjō (Toscana – Sesto Fiorentino)

Una nuova eccellenza Marziale entra in Ko Shin Kai Honbū Dōjō – Un benvenuto al M° Stefano Zancaner!!!

E’ entrato in Ko Shin Kai Honbū Dōjō il M° Stefano Zancaner di cui sotto il prestigioso Curriculum!

Il M° Stefano Zancaner Tarassi, classe 1959, inizia lo studio del Kendō nel 1976 con i Maestri Francesco Biagiotti e Giovanni Notarnicola, nonché con il Maestro Mitsushi Yabe (allievo di Mochida Moriji Sensei – 10 dan del Seinenkan, dōjō Imperiale a Tokyo), presso quello che sarebbe diventato il Centro Italiano Diffusione Kendō (CIDK) con sede a Firenze e affiliato alla Federazione Italiana Karate e Discipline Associate (CONI).
Negli anni successivi segue vari Maestri Giapponesi invitati periodicamente a Firenze dal CIDK ed in particolare l’insegnamento del Maestro Kenzo Nishinohara che influì sulla sua formazione iniziandolo agli aspetti più tradizionali della Via della Spada in cui la pratica sportivo/agonistica è vista come un fattore marginale.
A metà del 1983, scioltosi il settore Kendō della FIK d.a. e chiusasi l’esperienza del Centro Italiano Diffusione Kendō, fonda il proprio dōjō, il Ken Shin Kan, oggi ASD Ken Shin Kan – Scuola di Kendō, al fine di conservare e sviluppare gli insegnamenti ricevuti.
Nel 1995 consegue la qualifica di maestro di Kendō presso il CSEN a cui si unisce, successivamente, quella di maestro di Kenjutsu.
Nel 1999 organizza a Firenze il primo di sei Seminari di Kendō, invitando una delegazione di Maestri guidata dal Maestro Mutsunori Ishiyama VIII dan del dōjō Polizia Metropolitana di Tokyo (Tokyo Keishichō Budokan),
scuola di eccellenza del Kendō Giapponese.
In quell’anno, grazie al Maestro Ishiyama, conosce ed inizia studiare una tra le più antiche scuole di scherma giapponese, l’Ono ha Ittō ryū.
L’Ono ha Ittō ryū creata intorno al 1580 da Ono Jiroemon Tadaaki (1565-1628), discepolo di Itto Ittosai Kageshisa, fondatore dell’Ittō ryū, è, con le sue ramificazioni, lo stile di spada che di più ha influenzato il Kendō moderno.
Non tralasciando lo studio e l’insegnamento del Kendō Tradizionale, negli anni successivi continua a studiare l’Ono ha Ittō ryū direttamente con il XVII Sōke (Capo Scuola) Takemitsu Sasamori.
Nel 2014 l’incontro, decisivo, con l’Hokushin Ittō ryū Hyōhō e con il suo VII Sōke Ōtsuka Ryūnosuke, in cui
riconosce gli insegnamenti tradizionali ricevuti dai suoi primi Maestri.
Oltre a ricoprire il ruolo di Maestro presso il Ken Shin Kan – Scuola di Kendō è stato anche Kaichō (responsabile) del Shumpu Kai, centro di studio (dōkōkai) italiano dell’Hokushin Ittō ryū Hyōhō.
Al fine di arricchire il proprio bagaglio tecnico e culturale ha studiato la pratica e la teoria del Ki e dell’Aikiken presso la Ki no Kenkyukai Italia e pratica abitualmente il Qi Gong e lo Zen, in forma laica.


Uguisu-bari (鴬張り o 鶯張り) il pavimento anti-Ninja

Gli Uguisu-bari (鴬張り o 鶯張り) sono pavimenti che emettono un cigolio simile al tipico cinguettio dell’Usignuolo da cui prende il nome, quando vengono calpestati. Questi impiantiti vennero utilizzati nei corridoi di alcuni templi e palazzi come dispositivi di sicurezza, assicurando che nessuno potesse sgattaiolare attraverso i corridoi inosservato. 

L’esempio più famoso è il castello di Nijō , a Kyoto in Giappone . 

Le tavole asciutte scricchiolano naturalmente sotto pressione, ma questi pavimenti furono costruiti in modo tale che alcune tavole che costituiscono la struttura strofinavano contro una “Guaina” o un morsetto, provocando suoni simili ai cinguettii. 

Si ipotizza che, almeno inizialmente, l’effetto nacque per caso, per poi creare intenzionalmente questo effetto attraverso una costruzione ad hoc. Si dice che Hidari Jingorō (1584-1634 circa), il cui vero nome era Itami Toshikatsu, nato ad Akashi (ora Prefettura di Hyogo) fu discepolo di un maestro falegname della Corte Imperiale.

Sembra che abbia lavorato a diversi progetti nel corso della sua vita contribuendo alla ricostruzione di Negoroji nella provincia di Kii, oltre alla costruzione del campanile di Hōkōji.

Hidari lavorò anche a Nishi Hongan-ji e Chion-in a Kyoto dove costruì gli uguisu-bari.

Il castello di Nijō, monumento storico dell’antica Kyoto

Etimologia

Uguisu (鶯 o 鴬) fa riferimento all’uccello Cettia brunnifrons della famiglia dei Passeriformi . L’ultimo kanji bari (張り) deriva da haru (張る) , che significa “tendere o allungare”. Insieme, questo significa “il suono di un usignolo dall’allungamento/tensione [del pavimento]”.

Costruzione

I pavimenti dell’usignolo usano i chiodi per emettere un cinguettio sotto pressione

I pavimenti erano costruiti da assi stagionate e giunti a forma di V capovolti e si muovevano all’interno delle tavole quando veniva applicata la pressione.

La sicurezza nei castelli giapponesi assume una semplicità ed eleganza che ancora stupiscono

L’architettura tradizionale giapponese rispecchia funzionalità e sobrietà. Templi e castelli, e le fortezze dello Shogun, rimangono squisiti per il loro uso del legno anche dopo secoli, anche se i visitatori possono sentirsi alquanto imbarazzati quando camminano sui pavimenti in legno scricchiolante che interrompono la  tranquillità del complesso architettonico.

La verità è che questi tipi di pavimenti scricchiolanti sono in realtà uno dei più semplici e ingegnosi sistemi di allarme antintrusione dell’antico Giappone.

L’effetto sonoro prodotto dai passi non è quello di un semplice cigolio, ma piuttosto un suono simile al cinguettio degli uccelli, come se un uccello si fosse intrufolato in casa.

Questo effetto si ottiene disponendo le assi del pavimento in modo tale che alcune siano leggermente irregolari e unite ad una trave che funge da ammortizzatore. Il dispositivo non compromette la sicurezza del pavimento né produce un rumore intollerabile, ma induce a chi ci cammina sopra a muoversi con cautela ed estrema consapevolezza.

Si ritiene che le persone che lavoravano nello stesso castello avessero un “ritmo” particolare percorrendone abitualmente i corridoi, per questo motivo quando entrava un intruso, gli “usignoli” potevano avvisare le guardie che qualcosa non andava.

Questo permetteva al signore che viveva nella struttura di essere sempre pronto quando arrivava qualcuno. (Si trattava sempre di persone molto ricche e potenti, visto che la costruzione di questi congegni richiedeva molti soldi e manodopera specializzata) il quale distingueva le visite “amiche” da quelle non autorizzate attraverso un metodo molto semplice, coloro che facevano parte della sua cerchia di fedelissimi – cioè quelli autorizzati ad accedere alla sua abitazione – avevano l’ordine, quando si avvicinavano al signore, di tenere un ritmo di passo particolarmente cadenzato, concordato in precedenza e noto solo a loro. Se il suono non seguiva questi schemi, il signore dava l’allarme, inutile dire che era un pavimento “Anti-Ninja”, ed è altrettanto inutile dire che essi avevano un passo particolare per passare escludendo il problema degli uguisu-bari… (Vedi l’articolo sui Ninja aruki https://kojinnomichi.wordpress.com/2021/04/05/sui-ninja-aruki/ )

L’ Ogasawara-ryū (小笠原流, “Scuola Ogasawara” ) 

E’ un sistema tradizionale giapponese di arti marziali e di etichetta, formalizzato e tramandato dal Clan Ogasawara .

La Scuola fu originariamente sviluppata da Ogasawara Nagakiyo durante il periodo Kamakura (1185–1333). Si specializzò in equitazione ( bajutsu ), tiro con l’arco ( kyujutsu ), tiro con l’arco a cavallo ( yabusame ) ed etichetta, con un’enfasi sulla pratica cerimoniale e rituale.

Nagakiyo fu il primo ad essere chiamato Ogasawara dal nome del suo villaggio e apparteneva al clan Minamoto . 

Suo padre, Minamoto Tomitsu , era altamente qualificato sia nelle arti letterarie che militari. Grazie al suo coraggio durante la soppressione del clan Taira, gli fu assegnato un incarico onorario.

Durante il regno di Ashikaga Takauji , il primo Shōgun Ashikaga , il discendente di Nagakiyo Ogasawara Sadamune (1292–1347) ricevette la responsabilità di mantenere l’etichetta corretta alla corte di Takauji, dando la sanzione ufficiale di Ogasawara-ryū. 

Sadamune era uno studente di Seisetsu Shōhō (Ch’ing-cho Ch’eng-cheng) e incorporò le pratiche Zen di Seisetsu nella Scuola. 

Tre generazioni dopo Sadamune, Ogasawara Nagahide scrisse il primo manuale di etichetta cortese, il Sangi Itto nel 1380, dopo aver ereditato il posto di suo padre. 

Il Sangi Itto conteneva anche gli insegnamenti della famiglia Ogasawara sull’equitazione e il tiro con l’arco. 

Nonostante ciò, gli aspetti marziali dell’insegnamento della scuola andarono in gran parte perduti verso la fine del periodo Muromachi (1573), e la scuola sopravvisse solo come sistema di costumi cortesi. 

Lo stile Ogasawara del tiro con l’arco a cavallo fu infine ripreso nel 1724 da Ogasawara Heibei Tsuneharu . 

Negli anni ’60, Tadamune Ogasawara rivendicò l’eredità degli insegnamenti del Ryū sull’etichetta formale e presentò questi elementi al pubblico per la prima volta. Questi insegnamenti, sotto il titolo di Ogasawara Ryū Reihou , sono ancora in uso oggi. 

Curiosità attuale, l’ azienda automobilistica Lexus forma i suoi venditori alla Ogasawara Ryū Reihou. 

La Casa Imperiale del Giappone usa l’etichetta Ogasawara e l’attuale maestro di cerimonie è un’erede del 52° imperatore del Giappone.

Etichetta

La scuola Ogasawara ha gettato le basi per l’etichetta per la classe dei samurai del Giappone. Queste regole e pratiche riguardavano l’inchino (gli insegnamenti della scuola descrivono nove modi diversi di eseguire un inchino), il mangiare, il matrimonio e altri aspetti della vita quotidiana, fino alle minuzie della corretta apertura o chiusura di una porta.

Commenti disabilitati su L’ Ogasawara-ryū (小笠原流, “Scuola Ogasawara” )  Pubblicato in: Kyūdō

Giri (義理) – Dovere

E’ un valore morale giapponese che corrisponde approssimativamente a ” dovere “, ” obbligo “. È definito come “servire i propri superiori con devozione e abnegazione ” da Namiko Abe . È anche associato ai complessi valori giapponesi che implicano lealtà, gratitudine e debito morale. Questo valore è così parte integrante della cultura giapponese che si dice che il conflitto tra Giri eNinjō (Da non non confondere con Ninja), o “sentimento umano”, sia stato l’argomento principale del dramma giapponese sin dai primi periodi della storia.

Secondo Doi Takeo, il Giri può essere classificato con quelle forme e azioni che localizzano il sé in relazione alla società mentre il Ninjō rientra nella categoria del regno interiore e intimo del sé. 

Gli studiosi si riferiscono alla dinamica della relazione Giri – Ninjō come una dicotomia che riflette il dilemma umano del bisogno di appartenere al regno del fuori ( Soto ) e del dentro ( Uchi ). 

La relazione con Giri ha anche una qualità emotiva. L’adempimento del proprio obbligo non implica solo la considerazione dell’interesse o del profitto anticipato poiché il giri si basa anche sui sentimenti di affetto.  

Il concetto del Giri può essere visto in molti aspetti diversi del comportamento giapponese moderno. Un esempio è il regalo giapponese. È caratterizzato da un equilibrio percepito non scritto ma non meno reale di “giri”, al quale devono essere ricambiati doni insolitamente grandi.

Alcuni storici sociali ritengono che la pervasività di questo concetto nella cultura giapponese sia un riflesso dell’ordine feudale statico che ha definito la società giapponese per secoli. I “libri di Giri”, o registri di villaggio che includevano tutti gli obblighi non pagati di una famiglia o di un individuo nei confronti di un altro, erano un fenomeno culturale che poteva esistere solo in una cultura agricola statica, in contrapposizione a una tradizione migratoria o di cacciatori/raccoglitori. 

Questo concetto, apparentemente retaggio di una cultura basata su criteri rigidi e inflessibili, ed altrettanto apparentemente relegati ad un periodo storico obsoleto, in realtà era ben presente anche in Italia nel secolo scorso, dalla buona educazione al corretto comportamento sia sul lavoro, sia nelle strutture scolastiche, sia come rapporto tra persone civili.

Anche nel proprio privato ci si dovrebbe comportare come se si fosse osservati, anche tra conoscenti si dovrebbe conservare quella correttezza e quel rispetto dato ai propri superiori.

Ancora di più nelle Arti Marziali Tradizionali Giapponesi l’intransigenza del Giri dovrebbe essere parte del Reigi (norme di comportamento), espresso nel dovere nel partecipare alle lezioni, di mantenere un comportamento consono, nell’aiutare i meno esperti senza mostrare arroganza, nell’ordine del proprio posto o della propria attrezzatura.

Purtroppo oggi esiste un reale degrado ed una regressione di questa norma non scritta (ed altre ancora), tutto viene considerato come dovuto, come se fosse naturale elargire senza ricevere.

Ogni Sensei degno di questo nome dovrebbe insegnare il Giri ai propri Deshi ed integrato nel loro comportamento fino a farlo divenire naturale, questo per mantenere vivo un concetto importante sia in termini di disciplina personale, quanto rispetto nella vita sociale.

Arigato – Grazie

Arigato – Grazie, Una parola che esprime gratitudine e che assomiglia in modo impressionante alla parola gratis.

Infatti Grazie si dice quando si riceve qualcosa senza chiedere nulla in cambio, si dice Grazie quando si apprende dal proprio insegnante o quando si riceve un regalo.

E’ una parola ormai misconosciuta e poco utilizzata, questo a causa di una presuntuosa pretesa che tutto sia dovuto, che tutto debba essere ovviamente donato.

Io mi sentirò sempre obbligato a ringraziare chi mi offre qualcosa, sia un oggetto materiale che una parola gentile.

Ma ho anche imparato a non ricevere nessun ringraziamento, questo perché mi sono aggiornato sulla mancanza delle persone riguardo l’empatia, l’onore e la coerenza.

Arigato

Rikai – Comprensione

Rikai – Comprensione come benevolenza, come disponibilità ma anche come alterità.

Questo comportamento pone chi comprende ed accetta le mancanze altrui in uno stato di presunta superiorità, e per contrasto, chi viene compreso ed a cui vengono sopportati i difetti viene visto come chi porta una colpa, un difetto.

Personalmente preferisco comprendere ed accettare chi pecca nei miei confronti anziché essere perdonato per qualcosa che ho fatto, non per ego, ma per rigore personale.

Per capire bene le mie parole porto come esempio l’algida condotta di Hakuin.

“Il maestro di Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita.

Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta.

La cosa mandò i genitori su tutte le furie. La ragazza non voleva confessare chi fosse l’uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin.

I genitori furibondi andarono dal maestro. «Ah sì?» disse lui come tutta risposta.

Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai lui aveva perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo.

Dopo un anno la ragazza madre non resistette più. Disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.

La madre e il padre della ragazza andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino.

Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quel che disse fu: «Ah sì?».

Rikai

Le colpe, le scuse.

Oggi più che mai esiste l’aberrazione caratteriale che tende a “scaricare il barile”. Quando sbaglia, il mediocre cerca sempre di trasferire la propria colpa sugli altri anziché assumersi le proprie responsabilità.

Ovviamente la colpa è quella brutta bestia che non vuole nessuno, ma da qui a percepire il proprio comportamento perfetto e senza nessuna perfettibilità non è nemmeno presunzione ma squilibrio vero e proprio.

Chimere di confusione, strade mentali tortuose nella ricerca di una scappatoia dalle proprie responsabilità e dai propri errori, paludi di menzogne in cui il mediocre cerca di non annegare nella ricerca di una soluzione per emergere vincitore da una disputa (il più delle volte con se stesso).

Quanto sarebbe semplice ammettere il proprio errore! Quanto sarebbe onorevole dimostrarsi fallaci! Anche la Natura è imperfetta, solo l’uomo, quello incompleto, quello che non rispetta se stesso, anela alla perfezione anche se solo con l’inganno.

L’imperfezione è il gradino per poter arrivare al miglioramento, ma tutto deve passare attraverso l’umile accettazione delle proprie mancanze.

Quello che l’uomo moderno non riesce ad accettare… Una volta anche il più vile dei Samurai avrebbe preferito la morte.